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Riccardo III

Cosa Teatro
Quando dal 9 al 31 agosto 2012 Ore 21,30
Dove Castello normanno / Piazza Castello - Aci Castello (CT)
Prezzo 10,00
NOTE DI REGIA SU RICCARDO III

Era la mattina dell'11 luglio 1995 quando le milizie paramilitari del cinghiale Ratko Mladic, dopo tre anni di assedio, entrarono armi in pugno a Srebrenica, ricca cittadina bosniaca a maggioranza musulmana, dichiarata enclave dall'Onu e “protetta” da 600 caschi blu olandesi a causa di 3 anni di assedio ininterrotto; fino al 19 luglio le bande serbo-bosniache separarono le famiglie, gli uomini dalle donne e dai bambini, torturarono e uccisero più di 10.000 uomini musulmani, stuprarono e uccisaero donne e bambini, secondo le regole della “pulizia etnica”, tutto sotto gli occhi indifferenti dei caschi blu dell'Onu e dei satelliti della Nato che da terra e dal cielo osservavano imperturbabili il massacro; nelle innumerevoli fosse comuni i serbi non seppellirono solo i corpi delle vittime ma anche la speranza che l'unificazione europea fosse il frutto di un processo di pace; il tribunale internazionale dell'Aja nel 2003 riconobbe con sentenza che a Srebrenica si trattò di genocidio, spiccando mandato di cattura internazionale per i carnefici, il primo genocidio europeo dopo la seconda guerra mondiale; da allora potremmo definire Srebrenica come il cimitero delle civiltà europee. Siamo sicuri, dato l'attuale contesto che rimarrà l'ultimo? E' una domanda, non una previsione.

La guerra d'aggressione serba ('92 - 99) nella ex-Jugoslavia non si differenzia poi molto dalla guerra di Spagna ('36 – '39), o dalla “guerra delle due rose” (1455-1485) inglese di cui si occupa Shakespeare nel “Riccardo III”; entrambe furono carneficine che insanguinarono l'interno di una nazione europea a causa della follia della propria classe dirigente; solo nella battaglia di Tewkesbury (1471) morirono 80.000 persone, da quel mattatoio parte il testo di Shakespeare.
Questo spettacolo parte, in modo sofferto, da queste analogie nel tentativo di decifrare una rotta che evidentemente appartiene come un destino all'Europa. Cos'è una guerra civile? E' il fratello che uccide il fratello, il vicino di casa che uccide il vicino di casa, è il frutto di una angoscia nevrotica che solo una parte di una società coesa nutre verso un'altra parte della stessa società, così la parte impaurita sbrana quella sana, che non si difende nemmeno, non per vigliaccheria ma per incredulità.
Il teatro di Shakespeare è teatro di memoria; non fu solo un grande drammaturgo ma anche un eccellente storico; della storia sapeva che essa non è un cammino verso le “magnifiche sorti e progressive” dell'umanità come vorrebbe Hegel; ma piuttosto una forza elemetare della natura, come la grandine, come la pioggia, e che, a volte, acquista furia cieca, distruttiva e, soprattutto, senza senso; è un Grande Meccanismo indifferente al dolore degli uomini, la storia per Shakespeare, non è lo sfondo dell'azione scenica, è l'azione stessa, in ciò sta la potenza della sua visione tragica.

La memoria è ciò che contraddistingue un popolo da una massa; la memoria è l'unico antidoto di qualsiasi popolo contro la demenza della guerra, contro tutti i Riccardo e i Mladic d'Europa, e perchè quello europeo diventi un popolo con essa bisognerà farci i conti; allora potremmo leggere meglio la nostra storia, e potremmo accettare il presente e non aver paura del futuro, perché finalmente li capiremmo.
Allora impareremmo che a Tewkesbury, a Guernica, ad Auschwitz, a Srebrenica, a Sarajevo la crudeltà umana non era rivolta contro lealisti o repubblicani o ebrei o musulmani ma verso tutti noi, siamo noi ogni volta ad essere colpiti e siamo noi a dovere evitare la prossima guerra europea, tutti insieme.
Anche il teatro dei fratelli Napoli è un teatro di memoria, da questo punto di vista l'Opera dei pupi possiede il senso tragico della storia più “shakesperiano” che io conosca; per la seconda volta siamo compagni di viaggio in questo castello, grandioso monumento di pietra alla storia, alla memoria.

Circondato da amici, attori e pupari, sento di avere trovato qui dentro la mia bolla d'aria che mi permette di sopravvivere e di guardare con meno angoscia alla tragicità silenziosa del nostro presente dove l'economia, per adesso, ha sostituito le armi.
A Sarajevo, senza luce, acqua e gas per l'assedio, i teatri si ostinavano a non chiudere, a testimoniare con forza che la popolazione non si rassegnava all'abbrutimento della guerra.
Quando il Grande Meccanismo sfugge al controllo di qualsiasi “Riccardo”, quando senza alcun motivo la vita attorno a noi si imbarbarisce, il teatro diventa come granelli di sabbia nell'ingranaggio che ci schiaccia. Il teatro “è” memoria.
Elio Gimbo

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