Dal Canada Terez Montcalm, originaria del Quebec, anche conosciuta come la “Janis Joplin del jazz”, artista che spazia elegantemente tra il jazz e la canzone d’autore, con una particolare predilezione per la “chanson” francese. Non mancano poi le incursioni nella musica pop, come nel caso della rilettura di “Where The Streets Have No Name” degli U2, e i brani originali sia in francese che in inglese.
La formazione: Terez Montcalm voce e chitarra; Lau-rent de Wilde piano; Christophe Walemme contrabbasso; Jean Sebastien Williams chitarra; Stephane Huchard batteria.
Térez Montcalm reinterpreta standards saltando da una sponda all’altra dell’Atlantico e compone canzoni in grado di affrontare un jazz club quanto un locale rock; si prende un intenso piacere sia con le parole che con le note, con il groove come con la melodia. Come per il precedente album “Voodoo” del 2006, per la produzione di “Connection” del 2009, Térez Montcalm torna a lavorare con il chitarrista e pianista Michel Cusson (ex Uzeb). E realizza insieme a lui un disco costruito su un equilibrio tutto personale tra i brani originali e le cover («Amo in-terpretare le canzoni scritte da altri, come quando canto le mie» ha dichiarato Térez), tra le quali spaicca “E penso a te” di Battisti, tra la lingua inglese e quella francese, tra i grandi classici e la riscoperta di rarità, tra i virtuosismi vocali del jazz e l’energia rock.
Con la sua inconfondibile voce roca Térez miscela l’eccellenza delle dive dell’era classica del jazz con il fiero temperamento delle più grandi cantanti del pop. Il pantheon delle sue preferite? «Nina Simone, Shirley Horn, Anita Baker, Annie Lennox, Sade…».
Forse dobbiamo guardare all’infanzia di questa orgogliosa Quebecoise (Térez discende del generale francese Montcalm che morì difendendo il Quebec contro gli Inglesi) per spiegare i suoi eclettici gusti musicali e l’ammirazione per personaggi così diversi. «Sono la più giovane di cinque figli – racconta Térez –. Ci sono ben sedici anni tra il più grande e me. Per questo a casa avevamo ogni genere di influenza musicale: Elvis, Beatles, Jimi Hendrix, Frank Zappa, Jacques Brel, Edith Piaf, Serge Lama e l’intero repertorio del Quebec. Ma mio padre era un appassionato di jazz. Mi suonava la musica di Frank Sinatra, Nat King Cole, Tony Bennett, Ella Fi-tzgerald, Sarah Vaughan.
Mi sentirei molto frustrata a dover cantare soltanto il rock, devo cantare il repertorio jazz per sentirmi felice». Non bisogna farsi ingannare dall’apparenza: «La mia voce sembra quella di una fumatrice da due pacchetti al giorno, mentre in verità non ho mai fumato. Le mie corde vocali – prosegue Térez – sono più spesse delle media e quando avevo sei o sette anni mi chiedevano se avessi il mal di gola! La mia voce era roca già a quell’età».
A vent’anni ha avuto i primi ingaggi, cantando e suonando la chitarra con compagnie di danza e teatro, e interpretando sempre sue composizioni. Ha iniziato a incidere relativamente tardi: a trent’anni l’album “Risque” l’ha rivelata come grande interprete. La critica aveva subito affastellato i paragoni: Tom Waits, Janis Joplin, Al Jarreau, Rickie Lee Jones, tra gli altri. Ma Térez iniziava già allora a disorientare tutti con le sue cover, come l’appassionata versione di “For Me Formidable” di Charles Aznavour. Oggi è tornata ad attingere al repertorio di Aznavour anche nel nuovo album “Connenction”, con la splendida cover di “Je n’attendais que toi”. Poi si è anche avventurata nell’estasi sensuale di “C’est extra” di Léo Ferré. Sotto la direzione di Michel Cusson, Térez ha cercato di riprodurre in studio l’intensità delle sue performance dal vivo, che sono molto più di un’esperienza musicale per lei e per il pubblico. «Dopo un concerto mi sento come dischiusa. Cantare è una terapia».