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LA FAVOLA DEL FIGLIO CAMBIATO

con brani da I giganti della montagna di Luigi Pirandello
Cosa Teatro
Quando 23 agosto 2012 Ore 21
Dove Cava di Pietra Franco / Via Mantegna Idria, 2 - Modica (RG)
Prezzo 7.00
Il 23 Agosto 2012 alle ore 21:00 nel meraviglioso scenario di Cava di Pietra Franco a Modica (Ragusa) la COMPAGNIA G.o.D.o.T. di Ragusa presenta
LA FAVOLA DEL FIGLIO CAMBIATO
Con brani da “I giganti della montagna”
Di Luigi Pirandello

Adattamento testi e Costumi di Federica Bisegna
Scena, Oggetti di scena e REGIA di Vittorio Bonaccorso

Con Federica BIsegna – Valentina Ferrante – Genny Lacava
E con le allieve della Compagnia G.o.D.o.T.
 Jessica Anzalone - Antonella Cassarino - Daniela Cascone – Giulia Guastella - Amélie Mastalerz – Anita Pomario – Maria Grazia Tavano – Gessica Trama

Ingresso: €.7,00 – Info: 339.3234452 – 338.4920769

"Ne La favola del figlio cambiato Pirandello ci narra della perdita più dolorosa che una madre possa subire, quella del proprio figlio. Abbiamo pensato che potesse diventare metafora della perdita di qualcosa di profondamente nostro che, se non ritrovato, ci annulla.
 
Siamo partiti da quel parallelismo che esiste tra “La favola” in cui il Principe ritorna dalla madre e “I Giganti” dove la contessa Ilse porta a termine il suo intento di recitare la sua opera in mezzo agli uomini: ognuno porta a compimento ciò per cui è nato. Ritrovare il figlio perduto è come ritrovare il senso della propria vita, così come perseguire un ideale (quello dell’arte) vuol dire riconquistare il significato di ciò che si è, come ritrovare la propria identità ma rinnovata e rinforzata. Il tema della perdita d’identità è insito nella storia e nel carattere della Sicilia (basti pensare alle innumerevoli invasioni e dominazioni che questa terra ha subito). Ma, per paradosso, è proprio quel fare suo ciò che le era estraneo che costituisce la vera anima di quest’isola. La perdita diventa dunque un arricchimento. La Sicilia – madre per eccellenza – ha dovuto sopportare innumerevoli privazioni e trasformazioni e, grazie ad esse, si è nutrita sempre di nuova linfa. Essa riscopre la propria identità solo se diventa “Persia o Cina”, per dirla con Vittorini, cioè se riesce a rinunciare a qualcosa di sé, per poi ritrovarla – ancora più vivida – sotto altra forma.
 
Questo sentimento di appartenenza – perdita che solo una donna, quale possibile madre, può esternare con la massima forza, lo abbiamo voluto moltiplicare sulla scena affrontando il testo con tutte attrici. Nel nostro piccolo viaggio onirico, a cui fa da basso continuo il surreale di cui è impregnata l’ultima fatica pirandelliana, “vaporano fantasmi” al femminile e la figura maschile passa in secondo piano, quasi sparisce.
 
Anche nella citazione che facciamo da I giganti della montagna il mago Cotrone è donna, perché “creatore” di illusioni e, quindi, di vita, se è vero come è vero che “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”; e le “donne” non sono diverse dalle “streghe dell’aria” (le quali rapiscono di notte i bambini nelle culle); esse sono madri e megere ad un tempo; Concezione e Medea convivono nello stesso corpo, così come nella “Sicilia–Donna–Madre” è presente al contempo quel senso di creazione e di autodistruzione. La contessa Ilse, che rappresenta l’arte osteggiata e rifiutata dai Giganti, e la Madre, che simboleggia la ragione contro ogni tipo di superstizione, hanno un sentimento in comune: la non rassegnazione, quasi una “Non quiete” nella “Speranza”, se possiamo permetterci una licenza poetica. E’ questo l’aspetto che ci interessava mettere in luce, ed è per tale motivo che volutamente non abbiamo sviluppato alcuni passaggi dell’opera, che in una messa in scena più tradizionale sarebbero indispensabili. In quest’opera ritroviamo il Pirandello delle novelle, quello secondo noi più poetico, più teatrale, poiché nelle novelle si sente meno il peso di certi stereotipi che, purtroppo, fanno parte ormai della storia del teatro italiano e, ancor più, di quello siciliano. Se è vero che questo autore fa parte della nostra identità culturale, affrontarlo dimenticandosi di quei cliché significa ritrovarlo, vuol dire riappropriarsene".
Vittorio Bonaccorso

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