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Daniele Franzella – ANABASI

capitolo II del ciclo "IL SOSPETTO" Visioni e narrazioni nell’era della post-verità
Cosa Arte
Quando dal 6 al 31 dicembre 2018 Ore ore 19
Dove Casa del Mutilato / via Alessandro Scarlatti 12 - Palermo
Prezzo Ingresso libero
 

Il secondo appuntamento per il ciclo “IL SOSPETTO”, progetto di Sergio Alessandro e Helga Marsala, prodotto dal Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, dedicato al tema della post-verità - che vede protagonista l’artista Daniele Franzella (Palermo, 1978), sarà inaugurato giovedì 6 dicembre 2018 alle ore 19, alla storica “Casa del Mutilato” di via Alessandro Scarlatti 12, Palermo.

L’evento, organizzato dal Polo Museale Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, ben si inserisce nella cornice del centenario della fine della Grande Guerra, prendendo vita in uno spazio di grande fascino, nel cuore di Palermo: la storica Casa del Mutilato, inaugurata il 21 maggio del 1939. Un luogo con una chiara connotazione celebrativa e commemorativa, funzionale alla propaganda del Regime, sintesi monumentale di tematiche belliche, estetiche del Ventennio, retoriche del sacrificio e del patriottismo, evocando chi condusse i meccanismi del potere e chi, in pieno conflitto, incontrò la morte, la mutilazione, la disfatta.

La mostra - che nel titolo cita la celebre opera di Senofonte, in cui si narra dell’avventurosa risalita di una spedizione militare dalla costa verso l’entroterra - riparte dai simboli e i riferimenti di questo splendido sito, per rimetterli in gioco e sviscerarli, tra analisi intellettuale, ironia ed empatia.

Alla base del lavoro di Daniele Franzella c’è il tentativo di decodificare e risignificare i grandi simboli collettivi, tra documenti, monumenti e iconografie note. La vocazione da archivista, da storiografo, da studioso di immagini e collezionista enciclopedico, si combina con quella dell’artista concettuale, alla ricerca di forme che tendano ad astrarsi e a incarnare l’idea; ma a emergere è anche l’attitudine da manipolatore virtuoso di materie prime arcaiche, plasticamente seducenti: cemento, lattice, terracotta, pigmento… Le classiche tecniche scultoree e pittoriche si combinano con le nuove tecnologie e l’installazione (dagli affreschi digitali all’accumulazione di oggetti, segni, reperti), in un gioco di paradossi e rovesciamenti che svuota l’originario volume delle cose, il senso e la cornice, per istituire nuovi ordini, gradienti, funzioni. Un discorso per immagini intorno a elementi come il vuoto e il pieno, il celebrativo e il quotidiano, l’astratto e il narrativo, il verticale e l’orizzontale, il vero e il falso, la testimonianza e la copia, la simulazione e la memoria; e così busti d’epoca, medaglie, scene di guerra o di regime, cavalli e cavalieri, drappi e stendardi, inni trionfali e sagome monumentali. Ma niente è come appare. Tutto trasmuta, si rinomina, cambia pelle e ossatura.

In mostra due nuovi progetti site specific e “Agli eroi, ai folli, agli infami” (2017), un’opera monumentale, un oggetto pesante, eloquente, capace di generare un territorio simbolico denso di memorie. È un monumento alla parola del potere, alla partitura enfatica, alla retorica grandiosa; un monumento, però, che è macchina celibe, pseudo reperto da cui si amplifica una narrazione impossibile, inaudibile. Dall’inutile marchingegno - forma evocativa tendente all’astrazione, che nessuna mano potrà mai impugnare e nessuna bocca potrà incrociare - giunge una profondità muta che è dispersione del “fu”, del “dixit”, del proclama o del semplice racconto. Un corpo ambiguo, figlio di una temporalità incerta: da dove giungono questi oggetti surreali? Cosa raccontano davvero?

L’inno diffuso nell’ambiente, vagamente celebrativo (celebrare chi, cosa, perché?), è in realtà inciso su una musicassetta e trasmesso da una vecchia autoradio. E anche in questo caso non sono chiari l’origine della partitura, l’autore, la natura: testimonianza storica o perfetta simulazione? A un ascolto attento il gioco si rivela. Le parole - un cut-up di discorsi celebri, inclusa una registrazione di Benito Mussolini, estratti radiofonici d'epoca, field recording - sono tagliate, capovolte, montate al contrario. Inventate sul filo di assonanze strane. Mentre il tema musicale, che ripercorre fedelmente la struttura dell’inno e della marcia, viene rielaborato secondo stili diversi, fino a richiamare le tipiche colonne sonore del cinema di Quentin Tarantino. Ancora una volta un gioco di cortocircuiti, illusioni e disorientamenti. La parola si depotenzia, implode, o forse rivela una natura nuova: anarchica, inquieta, paradossale, oltre la ‘logica del senso’. (H.M.)

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