Il teatro non è indispensabile, serve ad attraversare le frontiere fra te e me.

— Jerzy Grotowski


Storie sul taccuino | 6 marzo 2014

Omaggio a Manlio Sgalambro, di Salvatore Massimo Fazio

"Può non essere inevitabile che un maestro muoia prima di un allievo"

Sono a cena con quattro amiche. Ordiniamo. Ci favorisce mio padre. Parlottiamo un po'. Giusina mi chiede se ho qualcosa che bolle in pentola con la scrittura. Comunico che le "dolorose insonnie" prima o poi usciranno. Più di 200 pagine orientativamente. Mio padre si avvicina al tavolo e ci invita a stare un attimo zitti. Va via e dopo qualche secondo esordisce così: "lei sa che è il quinto membro della mia famiglia?". La voce grave risponde: "ah si? Perché?". Lo chieda a lui e mi indica.

È così che conobbi Manlio Sgalambro.
Parlammo un po'. Raccontai della mia tesi di laurea in estetica dal titolo "Cioran e Sgalambro: un confronto". Ci scambiammo numeri telefonici e orari in cui potevo andarlo a trovare dietro suo invito. Trascorsi circa due mesi, lo contattai. Si ricordò. Ci incontrammo diverse volte, assieme a noi Alessio Cantarella.
  Iniziammo uno scambio dialogico che verteva molto sul nichilismo, ma ad ora di pranzo non si discuteva più. Argomenti principali erano le vivande da scegliere e il vino rosso.
  Tra un pranzo e una cena, ai tempi mi barcamenavo a portare a Catania band musicali. Organizzammo assieme presso il Chakra Lounge di Catania, l'arrivo delle Mab con guest un attore ingegnere,il Cantarella, e due filosofi, Lui ed io. Mi imbarazzava molto il tutto. Ma lui si divertiva a collaborare. La serata non fu un granchè a causa di un service non all'altezza, ma ci divertimmo. Seguirono altri incontri culturali, dove ci invitavano assieme. Si stava bene, ci si incontrava con frequenza. Una domenica ci fece vedere, lo trovò mentre faceva ordine, il testo della canzone Sesso e Castità, la mise da parte. Lo chiesi, mi rispose di no, però mi omaggiò del libro "del metodo ipocondriaco", con tanto di dedica "Ad un ipocondriaco cronico, da un ipocondriaco con metodo".   Gli consegnai quelle che poi divennero il mio libro più noto (Insonnie n.d.r.). Lo lesse, ne eliminò piu del 50 %, mi invitò a migliorarle. Erano pronte, ma non uscirono. Insonnie è dedicato a Manlio Sgalambro. Anche se per inciso la dedica è per due parenti miei morti in giovane età proprio in quel periodo.   Passarono gli anni, uscì un articolo su un quotidiano locale, dove mi si appellava come "discepolo". Mi telefonò, per chiedermi chi fosse il giornalista. Si era innervosito. Ne sapevo meno di lui. Mi disse chiaramente che un discepolo non può esserci. Da quel momento gli incontri furono sempre meno frequenti. Ci si incontrava dove ci invitavano, sempre molto cortese. Nell'album "Odo Voci" di Ale Farruggio, assieme ad altri artisti locali e non, appaiono nuovamente i nostri nomi seguiti dalle nostre opere.   Riprendemmo a risentirci dopo il 26 gennaio del 2013, ricordo la data con precisione perchè uscì un nuovo articolo, stavolta non si diceva nulla di rapporti di maestri e discenti. Ci sentimmo, ridemmo un po' e concludemmo la telefonata con il solito "a risentirci".   Stamane ricevo la telefonata che è venuto a mancare. "Inevitabile", mi ha scritto in sms l'amico Davide Bianchetti che gli dedicò un capitolo sul primo numero della rivista "Perelandra" dal titolo "dossier Sgalambro". Inevitabile come quella volta che mi disse: "può non essere inevitabile che un maestro muoia prima di un allievo". Mi fu maestro, già dal 1996, quando ricevetti la folgorazione coi suoi, per me, capolavori :"La consolazione" e "Dell'indifferenza in materia di società". Di quella consolazione ne ho fatto uno stile operandi per tanti anni fin quando un altro suo consiglio mi illuminò, quello di leggere con distacco qualunque opera e di stare molto attento ai ritorni e a chi si fida della psicologia: "la consulenza filosofica è sempre migliore". Grazie prof.

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